Foto: Radio Capodistria/Fifaco
Foto: Radio Capodistria/Fifaco

Il regista Andrea Segre ha organizzato un incontro davanti al CPR di Gradisca in seguito ad un increscioso episodio accadutogli in questi giorni.

Dopo essere stato autorizzato ad entrare nel centro per realizzare un documentario ed aver concordato per le riprese la data del 2 aprile, qualche giorno prima della registrazione le autorità competenti hanno fatto marcia indietro e ritirato l'autorizzazione, giustificando il diniego per "motivi di sicurezza e lavori di ristrutturazione".

Attualmente il ministero dell'Interno italiano non ha rilasciato ulteriori in formazioni a Segre e non ha nemmeno indicato una eventuale altra data futura per poter accedere all'interdo del CPR e realizzare delle riprese.

Foto: Radio Capodistria/Fifaco
Foto: Radio Capodistria/Fifaco

Lo stesso Andrea Segre ci spiega cosa è accaduto in questi mesi, dal momento in cui ha iniziato con l'iter per poter accedere a centro di Gradisca:

"Avevo fatto richiesta per poter girare qui dentro ancora il 3 ottobre scorso, cioè parliamo di 5 mesi fa. Poi questa autorizzazione è arrivata, ma senza la possibilità di portare con me degli avvocati esperti di migrazione ed a me è sembrato molto strano, però dopo aver insistito un po' ho capito che dovevo entrare da solo con la mia videocamera. Allora ho deciso di farlo, perché mi sembrava importante poter raccontare cosa succede dentro il Cpr. Quattro, cinque giorni fa è arrivata invece la sospensione di quell'autorizzazione, senza alcuna motivazione, da parte del Gabinetto del Ministero dell'Interno. Abbiamo chiesto la motivazione e ci hanno detto semplicemente che ci sono dei sopravvenuti motivi di sicurezza. Questo è quello che è successo a me e ritengo vada raccontato perché può succedere anche a molti altri operatori di cinema, di fotogiornalismo, di giornalismo. In questi luoghi, dietro a questi muri, entrare come operatori della comunicazione è molto difficile. Ci si mettono molti mesi, anche se in realtà lo Stato dovrebbe garantire una risposta entro 7 giorni. Invece si aspettano mesi e mesi e poi l'autorizzazione può essere negata d'emblée dalla mattina alla sera, d'improvviso, con motivazioni assolutamente non verificabili per sopravvenuti motivi di sicurezza è chiaro che può voler dire qualsiasi cosa. Quindi ritenevo importante raccontare quello che è successo a me, ma che, ripeto, è successo anche ad altri miei colleghi, perché quello che dobbiamo sapere è che i CPR sono dei luoghi, gestiti dallo Stato e dentro a questi luoghi devono essere garantiti non soltanto i diritti delle persone detenute, ma deve anche essere reso noto il modo con cui utilizzano i soldi pubblici per gestire questi luoghi. E se noi non possiamo verificarlo, raccontarlo, se noi operatori del racconto e quindi operatori della democrazia, non possiamo verificare cosa succede dentro, dietro questo muro, vuol dire che c'è poca democrazia".

Lei ha già avuto la possibilità di entrare nel CPR di Ponte Galeria a Roma; cosa voleva raccontare di diverso del CPR di Gradisca?

"Nel mio lavoro faccio dei sopralluoghi, cerco di capire, di conoscere. Mi piacerebbe poterle rispondere che cosa voglio raccontare del centro di Gradisca. ma ancora non lo posso sapere, finché non posso metterci piede dentro. Certamente mi piacerebbe poter raccontare questi luoghi attraverso la mia arte e il mio linguaggio. Così come penso che molti altri lo possano raccontare con il giornalismo, con il fotogiornalismo, con il racconto. Però non dire che cosa vorrei raccontare, perché non posso entrare. Ho avuto l'autorizzazione ad entrare al centro per i rimpatri di Ponte Galeria, ma anche lì ci abbiamo messo 4, 5 mesi a ottenere il premesso, ed ho potuto stare dentro tre ore. È chiaro che finché queste sono le condizioni è anche difficile immaginare un racconto. Allora sono qua, insieme a voi e insieme alle vostre telecamere, perché possiamo rivendicare il diritto, anche soltanto di pensare di poter raccontare questi luoghi".

Spesso le storie di immigrazione sono racconti di dolore, di disperazione, che probabilmente si amplificano in questi luoghi.

Foto: Radio Capodistria/Fifaco
Foto: Radio Capodistria/Fifaco

"Questi sono luoghi dove le persone detenute non hanno commesso dei reati penali, ma sono detenute perché non hanno i documenti per stare in Italia. Possono essere detenuti qui anche dopo tanti anni che stanno in Italia. Se perdono il permesso di soggiorno, perdono i documenti, poi vengono trattenute qui dentro per 18 mesi prima di essere rimpatriate. È una detenzione amministrativa, che è già una cosa abbastanza strana, perché è come se ti arrestassero perché non hai pagato 5-6 multe per fare un esempio un po' estremo. Dopo questi 18 mesi, vengono espulsi nei paesi di origine, ma in realtà quello che poi succede, dati alla mano, è che nemmeno la metà di quelli che vengono espulsi vengono poi rimpatriati dallo Stato. Allora sono luoghi che il governo attuale italiano, ma anche altri governi europei, dicono vadano potenziati, vadano resi più forti, vadano resi più capaci di fare più rimpatri, perché pensano sia fondamentale agire con i rimpatri per fermare l'immigrazione illegale. Allora, visto che dobbiamo potenziarli, bisogna potenziarne la democrazia, non soltanto potenziarne l'efficienza. Io non mi fido, se ciò che vogliamo fare è rendere più efficiente, più esecutivo qualcosa, ma nello stesso tempo neghiamo la possibilità di controllare come ciò viene fatto".

Cosa intende fare ora, continuerà a provare ad entrare nel CPR di Gradisca?

"Intanto per ora filmerò solo il muro, farò delle riprese all'esterno insieme al mio operatore. Poi aspetto di sapere se questa sospensione di autorizzazione diventa invece una nuova autorizzazione, però vorrei che questa storia permettesse di cambiare un po' i criteri in generale, cioè non soltanto, 'ok, allora Segre lo facciamo entrare tre ore ed è risolto il problema'; vorrei che cambiasse il modo con cui si può accedere, raccontare, e non lo può fare soltanto Andrea Segre, ma lo devono poter fare anche altri, con dei criteri più precisi di rispetto delle regole democratiche".

Sospetta che all'interno ci sia qualcosa che non deve essere visto?

"Beh, è chiaro che, quando ti negano l'autorizzazione ad entrare ti viene curiosità di sapere che cosa succede dentro. Questo è normale. Io non ho idea di che cosa, se qualcosa, deve essere coperto, se qualcosa deve essere non raccontato. Vorrei poter entrare e capire che cosa c'è. Ci sono altre inchieste in altri CPR che hanno raccontato di irregolarità nella gestione, di carenze di rispetto dei diritti. Però non lo so, magari invece è tutto perfetto qui dentro, ma finché siamo attaccati a questo muro è difficile saperlo".

Un'ultima curiosità: progetti futuri? Magari una visita anche nel CPR in Albania?

"È un nuovo CPR, quindi magari potrei anche andare a vedere il CPR in Albania. Capisci? Noi stiamo creando nuovi CPR, nel frattempo non possiamo creare nuovi CPR, non raccontare come sono quelli di oggi. Gli italiani hanno il diritto di sapere che cosa viene fatto qui dentro, come vengono gestiti i soldi, perché stiamo addirittura spendendo ancora di più per andare a fare delle altre strutture simili a queste, al limite della legalità, come ci spiegano diversi magistrati, in un altro paese. E quanto costerà spostare le persone da qui all'Albania? E cosa significherà, poi, organizzare i rimpatri dall'Albania? Tutto ciò deve essere approfondito, non possiamo lasciare dentro all'ignoranza l'opinione pubblica, perché è molto pericoloso quando la gente non sa e non può vedere cosa accade".

Per chiudere con una battuta: se è complesso entrare qua, mi immagino un'eventuale gita in Albania per visitare il CPR...

"Mah, se quello sarà, come sembra in questo momento, un CPR dello Stato italiano, anche lì sarà sicuramente complesso entrare. Ma bisognerà cercare di aprire le porte, perché sia raccontato e controllato ciò che avviene in luoghi di rilevanza strategica così importante".

Davide Fifaco

Foto: Radio Capodistria/Fifaco
Foto: Radio Capodistria/Fifaco